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Site-ul nostru îşi anunţă cititorii că ediţia tipărită apărută la sfârşitul lunii octombrie la Roma, sub titulatura Agenda Italiei, nu are nicio legătură cu noi. * Precizăm că persoanele trecute în caseta redacţională, colegii noştri Cornelia Crîșmaru, Ana Ciuban, Lacrima Andreica şi Mihai Cinpoeru, neagă orice fel de implicare şi se delimitează ferm de acest ziar şi de conţinutul articolelor apărute acolo.

ESCLUSIVO. Giacomo Guarneri, regista di Seră Biserică: ”Quanti italiani andrebbero a lavorare in serra a 15 euro al giorno? Mi fa sorridere che qualcuno oggi trovi ancora il coraggio di tirare in ballo la storia dell'immigrato che ruba il lavoro”

In campi abbandonati, lontane da occhi indiscreti, le serre di pomodori dello "Zio" sono il luogo perfetto in cui il datore di lavoro (lo Zio) può opprimere giorno e notte Alina e Nicoleta, due delle sue braccianti rumene. E lo fa perché non ci sono occhi per vedere né orecchie per sentire le "grida" di dolore che assordano l'aria intorno.

É questa la messinscena dello spettacolo teatrale di Giacomo Guarneri, un giovane regista italiano che ha avuto il coraggio di approcciare un punto dolente della realtà italiana: lo sfruttamento delle donne rumene nelle serre siciliane, sfruttamento che non è solo del lavoro, ma anche psicologico, che ha invaso persino la sfera sessuale.

Si parla di circa 5.000 donne rumene che vivono drammi sordi, donne invisibili per tutti, alloggiate in baracche fatiscenti, assoggettate al caporalato siciliano.

Perché ha scelto questo tema, il titolo dello spettacolo e se c’é un messaggio che il pubblico dovrebbe capire, lo abbiamo domandato direttamente al regista di "Seră Biserică", Giacomo Guarneri,  in un intervista esclusiva per noi

Innanzitutto, congratulazioni per l'idea e per il coraggio dimostrato nell'approcciare un problema che conoscono tutti, ma di cui nessuno parla: il dramma delle donne rumene sfruttate dai padroni nelle serre siciliane. Come ti è venuta l'idea di mettere in scena questa realtà?

L'idea è stata dei ragazzi di „Santa Briganti", l'associazione che a Vittoria cura una rassegna teatrale e il Festival Scenica. Sono stati loro, Andrea Burrafato e Peppe Macauda residenti nel cuore della zona serricola del ragusano, a pensare di coinvolgere me e Marcella Vaccarino (che cura con me la regia di questo lavoro).

La proposta era di raccontare attraverso il teatro, le dinamiche che certe inchieste giornalistiche avevano fatto emergere durante l'ultimo anno. Tra dicembre e gennaio io e Marcella siamo andati per la prima volta a visitare la zona, e abbiamo cominciato a incontrare persone e storie che non potevano lasciarci indifferenti.

Non s'incontra tutti giorni un italiano con questa visione dell'immigrazione: immigrati non come peso per l'Italia o che "rubano il lavoro agli italiani", ma immigrati come sostegno per l'agricoltura italiana e, al contempo, immigrati - vittime del caporalato locale.

Il tema dell'immigrazione lo avevo già toccato col mio primo lavoro, „Danlenuàr", racconto intimo che un minatore italiano emigrato in Belgio fa alla moglie: una voce proveniente da oltre mille metri sotto la terra e diretta alla donna amata, un ultimo saluto affidato al buio da un uomo che era partito "per farsi un nome" e che in quel momento si rende conto invece che da quella miniera non uscirà mai più.

Di fronte alle condizioni generali, le paghe e il resto, di fronte alle cose che si sanno, mi fa sorridere il pensiero che qualcuno oggi trovi ancora il coraggio di tirare in ballo la storia dell'immigrato che ruba il lavoro.

Quanti italiani andrebbero a lavorare in serra a 15 euro al giorno? Quanti belgi, all'epoca del famoso disastro di Marcinelle, accettavano di scendere al fondo della mina? Pochi, pochissimi. Quasi nessuno. È per questo infatti che Belgio e Italia si trovarono a firmare un accordo. De Gasperi promise l'invio di duemila operai a settimana, il Belgio avrebbe ricambiato in materia prima, carbone.

Oggi un accordo sarebbe forse impensabile. Ci sono le frontiere aperte, ma la storia in qualche modo si ripete, e così l'abuso dell'uomo sull'uomo.

 Foto: Santa Briganti

G.Guarneri: "Quanti italiani andrebbero a lavorare in serra a 15 euro al giorno? Mi fa sorridere che qualcuno oggi trovi ancora il coraggio di tirare in ballo la storia dell'immigrato che ruba il lavoro"

Perché "Seră Biserică"? Che cosa ti ha ispirato nella scelta del nome dello spettacolo?

Alina ne parla così: "La serra è una chiesa. In essa domina la parola di Zio. La serra è una fortezza. Da qui niente si vede e non si è visti".

All'inizio vedevo croci di legno che campeggiavano sulle strutture dei capannoni, strutture anch'esse di legno e avvolte nella semitrasparenza di un film plastico. Mi hanno detto che erano croci "contro il vento", montate lì per proteggere le colture dalle intemperie.

Ho pensato alla prima impressione che di quella grande casa sormontata da una croce, potrebbe farsi una bambina come Aura, che insieme alla madre lascia il suo villaggio in Romania per trasferirsi nel podere di Zio (l'impiego in serra spesso consente alle donne di mantenere integro il nucleo familiare). Ho accostato quelle due parole, nella loro versione rumena, ne ho avvertito subito la musicalità.

G.Guarneri: "In molti ci hanno confermato il caso-limite di uomini capaci di considerare le braccianti assunte per lavorare come una sorta di proprietà privata rischia giorno dopo giorno di farsi consuetudine"

Hai conosciuto personalmente delle donne rumene che hanno vissuto questi traumi nelle serre di Ragusa? È stato difficile raccogliere delle testimonianze per la rappresentazione?

Con l'organizzazione e i contatti di Andrea e Peppe, con il sostegno dell'associazione Proxima e di Flai Cgil, la collaborazione di padre Beniamino Sacco e di una ricercatrice attenta come Alessandra Sciurba, che ci ha messo a disposizione tutta la sua esperienza, abbiamo trovato chi ci prendesse per mano e ci guidasse nella complessità del rapporto che intercorre tra braccianti e datori di lavoro.

Abbiamo conosciuto donne, famiglie, non abbiamo parlato direttamente di episodi scabrosi con nessuno di loro.

In molti, però, ci hanno confermato il fatto che nella pressoché totale mancanza di diritti, garanzie, controlli, nel pressoché totale disinteresse da parte delle istituzioni, il caso-limite di uomini capaci di considerare le braccianti assunte per lavorare come una sorta di proprietà privata rischia giorno dopo giorno di farsi consuetudine.

Tra le attrici che interpretano i ruoli delle ragazze rumene sfruttate ce n'è anche una di origini rumene: Lusiana Libidov. Cosa ti ha convinto di scegliere lei per il ruolo?

Lusiana Libidov (Alina)

Lusiana la conoscevamo da un paio di anni. Rispetto al tema è stato immediato pensare a lei. Ci interessava il suo punto di vista sulla questione. E in effetti Lusiana ha sposato subito l'iniziativa, e con grande generosità ha messo a disposizione tutto il suo bagaglio di sapere, e in primo luogo di memoria.

Senza di lei oltretutto sarebbe stato impossibile creare il pastiche linguistico con cui si esprimono i tre personaggi rumeni in scena, misto di rumeno italiano e dialetto.

Lo spettacolo ha debuttato nel Festival Teatrale "Scenica" di Vittoria (9-17 maggio). Come è stato accolto dal pubblico presente?

È stato un pubblico molto attento, partecipe, fatto di gente che conosce a fondo quella realtà, ci vive dentro, dunque molto critico, consapevole. Eppure non hanno avuto difficoltà a catapultarsi dentro il racconto, a entrare in empatia. E alla fine tutti in piedi!

Leggendo la sinossi, ho scoperto che hai assegnato ai 2 personaggi femminili, Alina e Nicoleta, degli atteggiamenti imprevisti, insoliti: l'idealismo e il pragmatismo. Mi stavo domandando se una donna che lavora fino allo sfinimento ed è abusata sessualmente ha tempo di sognare e di avere ideali. Ritieni sia davvero possibile?

Ho immaginato una donna dai saldi principi, intransigente, preoccupata di non tradire il proprio sistema di valori, l'idea che ha di sé e del proprio futuro. E poi ne ho immaginato un'altra più volubile, soggetta al regime del presente. Queste due donne affronteranno la medesima situazione con misure e comportamenti di senso diametralmente opposto.

Alina ("Seră Biserica"): "Zio mi spiega il lavoro e io lavoro. Mi chiede di jucare a carte con lui durante la pausa pranzo e io joco. Mi chiede di travaghiari due ore in più per coprire le spese d'affitto e io travaghio. Ma corpul meu lui non lo deve toccare".

Ancora, Nicoleta e Alina rappresentano due categorie di donne, due scelte diverse: Nicoleta – la donna che si sottomette, che da il consenso e non è vittima dello stupro, ma simbolo dell'annientamento del rispetto di sé. Alina invece ha il coraggio di fronteggiare lo "Zio" e alla fine é proprio il "padrone –aguzzino" a lasciarla andare via. Quindi il messaggio può essere che la dignità è la chiave della salvezza?

Neppure l'alta idea della propria dignità riesce salvare Alina dalla necessità e dal compromesso. Non parlerei però di messaggi. Non c'è intenzione di inviare messaggi. Semmai il desiderio di dirigere lo sguardo verso un punto, un ambiente. E di soffermarsi.

G.Guarneri sul messaggio di "Seră Biserică": "Non c'è intenzione di inviare messaggi. Semmai il desiderio di dirigere lo sguardo verso un punto, un ambiente. E di soffermarsi"

Conosciamo tutti la storia di Erika (nome finto), la donna rumena ridotta in schiavitù per 9 anni da Salvatore Nicosia, emblematico esempio di caporalato nelle serre ragusane. Ci sono delle somiglianze tra lui e lo "Zio" da "Seră Biserică"?

 Fabrizio Ferracane (Lo Zio)

 Spesso sono fatti di cronaca, eclatanti quanto singolari come questo, a fare rumore. Noi abbiamo provato invece a raccontare una realtà più diffusa, più quotidiana.

Erika è stata costretta ad abortire ben 4 volte in quei 9 anni. Forse l'aborto costituisce il sacrificio supremo, uno dei prezzi più cari che le donne rumene pagano per mantenere un lavoro, esso stesso sporco. Nel tuo spettacolo, l'aborto cambia qualcosa?

Sì. L'episodio dell'aborto assume un ruolo che io stesso non sospettavo, non avevo programmato. Attraverso il dolore e lo stato confusionale, paradossalmente, regala a Nicoleta uno sprazzo di lucidità. E apporta al finale del racconto un tono tragico.

G. Guarneri: "L'aborto assume un ruolo che io stesso non sospettavo: regala a Nicoleta uno sprazzo di lucidità"

La pièce riassume la vicenda di Alina che alla fine torna a casa, in Romania. Il fatto che il tuo personaggio si arrenda (molla tutto e torna al suo paese) e non denunci il padrone non è un segnale fuorviante per il pubblico o per altre donne nella sua situazione?

Alina non è un eroe, il suo comportamento non vuole essere esemplare, piuttosto credibile, plausibile. Mettiamo in scena un conflitto di idee, interessi, aspirazioni. Ci piace pensare che alla fine dello spettacolo il pubblico si costruisca un giudizio autonomamente, sulla scia delle emozioni, delle sensazioni vissute, delle azioni alle quali ha assistito.

Detto questo, sì, è vero, Alina alla fine decide di tornare indietro. Ma io personalmente non la considero una fuga. Lei non scappa, lei sceglie. E sceglie la Romania. Sceglie sua madre, i campi di mais, sceglie il villaggio di provenienza.

Ora che dell'Italia ha avuto un assaggio, semplicemente cambia idea. Ritiene più proficuo per il futuro suo e della sua bambina, tornare a investire nel proprio territorio, così che se lo spettacolo si apriva con un ricordo dell'entusiasmo dei giorni della rivoluzione, si chiude nel segno di una speranza rinnovata, di un auspicio rivolto ad Alina e ai rumeni quanto a noi italiani a chiunque altro nel mondo: quello di un domani in cui non sentirsi costretti ad abbandonare la propria terra.

Rispetto all'azione della denuncia, poi, Alina a un certo punto intima a Nicoleta di avere intenzione di sporgerla. Il testo non racconta l'esito di quell'intenzione. Ma Alina durante l'epilogo recita così: «Avrei voluto qualcuno. Parlare è qualcosa. Parlare, denunciare, per quel che serve...». Potremmo anche dire che l'intero spettacolo non è altro che la denuncia di Alina, che lancia apertamente le proprie accuse contro Zio a tu per tu con lui e chiamando a testimone, dichiaratamente, l'intera platea.

G.Guarneri: "Lo spettacolo si chiude nel segno di una speranza rinnovata, di un auspicio rivolto ad Alina, ai rumeni e a chiunque altro nel mondo: quello di un domani in cui non sentirsi costretti ad abbandonare la propria terra"

Hai pensato di fare anche il film "Seră Biserică", che magari potrebbe avere un impatto maggiore a livello nazionale, ma anche per la comunità rumena presente in Italia?

Sarebbe fantastico. Aspettiamo proposte di produzione.

Dopo il Festival di Riace dove altro potremo vedere "Seră Biserică"?

Stiamo definendo in questi giorni una serie di date. È nostra intenzione farlo girare più possibile, e non solo in Italia. In Romania, per esempio: sarei felice di portarlo in Romania!

G.Guarneri: "Sarei felice di portare lo spettacolo Seră Biserică in Romania"

Foto: Santabriganti

 Altri progetti artistici per il futuro?

Assolutamente sì, ma bisogna concedergli il tempo giusto perché prendano forma. Ci piacerebbe indagare alcune forme della dimenticanza, nonché riprendere un progetto sulle forme pubblicitarie del potere.

Il tuo spettacolo, senza dubbio, è un forte segnale d'allarme perché punta i riflettori su una verità scomoda per tanti: la condizione della donna straniera doppiamente sfruttata: nel lavoro e sessualmente. Ciò detto, qual è il target di questo spettacolo: stimolare le indagini nelle serre siciliane dove lavorano gli stranieri, incoraggiare le donne sfruttate a denunciare i loro "padroni-aguzzini" oppure inasprire le sanzioni per gli sfruttatori?

Sicuramente un obiettivo è quello di parlare di questa situazione. Conoscere è il primo passo, poi gli stimoli, le reazioni che ne possono seguire sono imprevedibili.

Credo tuttavia che sia difficile che un fatto teatrale o artistico riesca a smuovere delle cose nel mondo della politica e a determinare delle decisioni.

G. Guarneri: "La soluzione, per queste serre-chiese, é nelle mani della politica, affetta da una grave sordità, e dell'opinione pubblica, troppo spesso abbarbicata dietro i propri pregiudizi"

Una domanda personale: secondo te, chi ha nelle mani la soluzione per quello che accade nelle "serre –chiese"? Cosa altro deve succedere perché qualcosa cambi?

 La politica, affetta da una grave sordità. L'opinione pubblica, troppo spesso abbarbicata dietro i propri pregiudizi.

 

Seră Biserică

 

di Giacomo Guarneri

con: Lusiana Libidov, Fabrizio Ferracane, Chiara Muscato, Marcella Vaccarino

regia Giacomo Guarneri e Marcella Vaccarino

scenografia Giacomo Guarneri

luci Petra Trombini

progetto e organizzazione Peppe Macauda

supervisione Andrea Burrafato

produzione e distribuzione Santa Briganti

co-produzione La pentola nera

con il sostegno di Flai CGIL

Ana Ciuban

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