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Avocat diaspora

 

ESCLUSIVO. Francesca Commissari, fotografo nelle serre siciliane: “Quando hai dei figli da mantenere, abbassi la testa e accetti tutto. Sento molta rabbia che l’Italia vede lo sfruttamento dei rumeni come unica maniera di mandare avanti un economia”

ESCLUSIVO. Francesca Commissari, fotografo nelle serre siciliane: “Quando hai dei figli da mantenere, abbassi la testa e accetti tutto. Sento molta rabbia che l’Italia vede lo sfruttamento dei rumeni come unica maniera di mandare avanti un economia” Foto: Francesca Commissari

Francesca Commissari è fotografo e da agosto 2014 anche operatrice sociale nelle serre ragusane di pomodori, dove ogni giorno migliaia di donne rumene vengono sfruttate dai loro padroni.

Per sensibilizzare le persone (e non solo) sul tema, Francesca ha preparato una mostra fotografica all'interno del progetto "Romania andata e ritorno: vita e lavoro nello sfruttamento", al Palazzo Cosentini di Ragusa. Qui, fino il 20 dicembre, il pubblico potrà esplorare "la quotidianità di queste lavoratrici rumene, con tutto quello che usano per vivere".

"Quando sei vulnerabile, non hai più una casa, non sai dove sbattere la testa e hai dei figli da mantenere, abbassi la testa e accetti qualsiasi cosa", è questo il messaggio della esposizione di cui abbiamo parlato con Francesca Commissari, quella che ha sentito decine di storie drammatiche raccontate tra le lacrime dalle rumene, vittime del caporalato siciliano.

 Come ti è venuta l'idea di fare delle fotografie che "parlino" di quei drammi sordi che vivono le rumene lavoratrici nelle serre ragusane? Chi te l'ha proposta?

Ad agosto dell'anno scorso stavo lavorando per un giornale in Venezuela, però pensavo di tornare in Italia e fare un lavoro sulla questione degli immigrati che arrivano con i barconi.

Una volta tornata, ho preso contatti con qualche ricercatori per saperne di più e così ho incontrato Alessandra Sciurba, dall'Università di Palermo. Da tre anni, Alessandra è al corrente della situazione delle lavoratrici nelle serre siciliane.

Ulteriormente, lei mi ha messo in contatto anche con Proxima, la cooperativa che ha organizzato l'esposizione e l'evento "Romania: andata e ritorno: vita e lavoro nello sfruttamento"; quindi, attraverso Proxima  sono riuscita a entrare in quella zona – cosa quasi impossibile perché parliamo di serre non registrate, di un mondo a parte.

Dopo tutto questo, abbiamo deciso, sempre insieme a Proxima, di fare questa esposizione, per sensibilizzare la popolazione, ma soprattutto le autorità: la polizia, la prefettura, la questura, tutti quegli attori che possono agire e muovere le cose. Ho scelto le immagini perché sicuramente per le persone è più facile avvicinarsi al tema, capire meglio la situazione.

Le tue foto mostrano frammenti di vita appartenendo a una categoria di donne diventate delle vere proprietà dei loro "padroni-aguzzini". Come hai scoperto le loro storie?

Innanzitutto, ti dico che in mezzo alle campagne c'è tanta gente, con tanta voglia di parlare. Certo, c'è anche la paura che blocca queste persone. Io ho iniziato a avvicinarmi a loro partecipando alle loro feste oppure mangiando con loro e così sono riuscita a entrare lì, con alcune persone che conoscevano questa gente.

Sono stati loro a presentarmi a una famiglia di rumeni come fotografo. Gli ho parlato apertamente: io sono qui per voi, per me è importante far conoscere questa problematica di cui non parla nessuno.

 

F. Commissari: „Ho visto delle signore a 60 anni che lasciavano per la prima volta la loro città. Immaginavo mia  madre adesso, costretta a piantare baracca e burattini e partire."

Lì c'è un mondo molto chiuso e ai datori di lavoro delle serre non conviene far conoscere la vera situazione che c'è dentro questo perimetro. Hanno mai provato di bloccarti in qualche modo?

Qualche volta sì; mi chidevano chi fossi, perché fossi lì, dove sarebbero uscite queste foto. Al di là di questo però, i padroni delle serre hanno comunque tanta paura perché si rendono conto dei grossi problemi che potrebbero avere se venisse scoperta l'illegalità o la mancanza dei contratti di lavoro di queste lavoratrici rumene.

Da quello che tu sappia, è successo che alcuna famiglia rumena abbia avuto dei problemi con il loro padrone dopo alcuno dei tuoi interventi?

No, fortunatamente no. Anzi, è successo proprio l'opposto: i padroni di queste famiglie rumene hanno iniziato a fare dei contratti legali di lavoro, avendo paura dei controlli. Quindi, piccoli passi sono stati fatti. Certo, sembra una goccia in mezzo al mare, però da qualche parte si deve cominciare, no? (sorride)

Le tue fotografie sono a colori. Non hai pensato che, magari, se le avessi fatte in bianco e nero, avrebbero avuto un carico più drammatico?

Ho deciso per il colore perché credo che la tragicità della situazione sia ben visibile, independentemente dal fatto di caricarle di un emfasi del bianco e nero. Oltre questo, credo che il colore rispecchi la realtà: il colore della terra da dove vengono queste persone, il colore della terra di dove vivono e i colori dei loro oggetti personali.

Ti dico che l'esposizione include anche questo aspetto: la quotidianità di queste lavoratrici, con tutto quello che usano per vivere.

Praticamente, la presentazione ha due parti: un video e un montaggio particolare che mostra i sogni, le speranze e le motivazioni che ci sono dietro la partenza di queste persone dalla Romania. Addirittura, siamo riusciti a riprodurre una vera casa rumena, andando in Romania a una famiglia rumena, parlando e filmando le stanze della loro casa.

F. Commissari: “Quando non hai più una casa, non sai dove sbattere la testa e hai dei figli da mantenere, abbassi la testa e accetti qualsiasi cosa”

Qual è il messaggio che il pubblico dovrebbe capire dalle tue fotografie?

Prima di tutto, vorrei che la gente che vedrà le mie foto capisse che si tratta di persone come noi e cambiasse l'opinione sulla comunità rumena in Italia. E come quando parliamo delle guerre: se è in Congo, lontano da me, mi dispiace che ci siano dei morti, ma non li sento come i miei.

Oggi le persone vulnerabili sono loro, ma domani potrebbe toccare a noi. Quando sei vulnerabile, non hai più una casa, non sai dove sbattere la testa e hai dei figli da mantenere, abbassi la testa e accetti qualsiasi cosa. Quindi, il messaggio è questo: sentiamoci tutti uguali e lottiamo per queste cose!

Oltre a essere una fotografa, ora sei anche un'operatrice sociale nella zona. Di cosa ti occupi esattamente?

Adesso continuo come operatrice di contatto, usando le mie capacità empatiche per parlare con questa gente per convincerla di denunciare le loro situazioni.

F. Commissari: "Le vittime non denunciano il padrone per paura di non poter più trovare un altro lavoro"

Sei riuscita a convincere alcune di queste rumene, vittime del caporalato nelle serre, a parlare per denunciare il loro inferno?

Sì, a alcune siamo riusciti a convincerle di chiedere aiuto, a altre no perché è una problematica abbastanza complicata. Ci sono diversi gradi di vittime, diversi gradi di coscenza. E ciascuno di loro decide in che modo chiederà aiuto.

Ad esempio, fare una denuncia lavorativa e più "facile"  perché non cadi nel penale. Certo, c'è anche la paura che se denunci, poi non trovi un altro lavoro perché la voce si sparge con rapidità tra i datori di lavoro e se uno di loro sa che tu hai denunciato, non ti prenderà.

Invece, la denuncia per gli abusi di altro tipo è più complicata perché la legge in Italia è complicata. Ad esempio, nell'abuso sessuale, la maggior parte delle vittime non si sentono vittime e si vergognano; si sentono addirittura colpevoli.

F. Commissari: "Nell'abuso sessuale, le rumene non si sentono vittime, ma colpevoli e si vergognano a denunciare"

Nonostante questo, ti dico che, dall'anno scorso, ci sono già stati due casi di denunce per degli abusi molto, molto gravi. Quindi, le cose si muovono molto lentamente, però si muovono.

Qual è stata la tua reazione quando hai sentito la prima storia di una rumena sfruttata nelle serre?

Rabbia, molta rabbia, e tristezza. E' vero che questa cosa succede ovunque nel mondo, però per me è allucinante pensare che in un paese come l'Italia, l'unica maniera per portare avanti un mercato e un'economia sia sfruttando la gente.

E' un dispiacere umano vedere come lasciano vivere quelle persone: senza acqua, senza luce, con dei bambini in mezzo alle campagne, senza trasporto, praticamente senza niente. E tutto questo per degli interessi personali, per mandare avanti un'economia a tuti i costi.

 

Foto: Francesca Commissari

Le campagne ragusane

 F. Commissari: "Le vittime rumene mi dicono: ok, voi aiutate me, ma dopo di me arrivano altri cinque e subiranno le stesse cose"

 Poi, ti dico che sento anche impotenza perché sarebbe da cambiare un sistema intero. E come aiutare con assistenza medica gli immigrati che arrivano con i barconi; il problema è sempre tamponare qualcosa di più grosso che, purtroppo, continuerà a desistere.

Tanti rumeni con cui ne ho parlato mi hanno detto: ok, voi aiutate me, io esco di qui però dopo di me arrivano altri cinque e subiranno le stesse cose. E' un sistema che continua a desistere.

Prima, negli anni '70, c'èrano i magrebini, adesso ci sono i comunitari perché sono meno perseguiti. C'è da cambiare le leggi, le mentalità, le opinioni sulla comunità rumena e tutto questo attraverso l'educazione. Però questo non cambia dal giorno alla notte.

F. Commissari: "Sento molta rabbia che l'Italia veda come unica maniera di mandare avanti un economia lo sfruttamento delle persone come i rumeni"

Ho letto che, addirittura, hai viaggiato in Romania con il pullmino, come fanno i lavoratori rumeni che vengono in Italia. Che cosa ti ha confermato o infirmato questa esperienza?

Per me è stata un'esperienza davvero particolare. Ho visto che le famiglie rumene si dividevono a ogni fermata del pullmino: lasciavano i figli, la mamma, o il papà e piangevano tanto; ho visto tante separazioni.

La cosa che mi ha colpito è stata la partenza delle signore più anziane, che magari a 60 anni lasciavano per la prima volta la proprià località, dove hanno vissuto per una vita e da dove non sono mai uscite. I giovani si adattano più facilmente, ma per gli anziani è più dura.

 

Rumeni partendo verso l'Italia

F. Commissari: "I rumeni sono dei grandi lavoratori, accoglienti, allegri. Anche adesso mi aspettano con la tavola pronta quando vado a visitarli"

C'èra una signora che mi ha raccontato che non avrebbe mai pensato di dover lasciare suo paese a quell'età, però lo faceva perché i figli volevano andare all'università e avevano bisogno di soldi. E questa signora aveva un lavoro in Romania, ma non guadagnava abbastanza.

Allora, io immaginavo mia madre che, a 60 anni, fosse costretta a piantare baracca e i burattini e partire. Mi ha colpito molto a livello umano.

Se dovessi descrivere la comunità rumena che vive nelle serre, quali parole useresti?

Grandi lavoratori, accoglienti, famigliari, allegri. Io mi sono sentita come a casa tra di loro. Ho delle famiglie di rumeni con cui sono diventata amica e anche adesso mi aspettano con la tavola pronta quando vado a visitarli. Nonostante le difficoltà, cercano sempre di mantenersi allegri.

 

Famiglia rumena

Adesso, dopo tutte le storie che hai sentito, quale pensi che sia la ragione principale per cui queste donne non riescono a denunciare i loro drammi? La paura, la non conoscenza...?

Secondo me, il motivo principale è la necessità di mantenere la famiglia rimasta in Romania per non bloccare anche quei pochi soldi che si mandano lì. I rumeni delle serre accettano tutto, anche abitare in quelle "case" (se le possiamo chiamare così), per pagare meno affitto.

 

   Abitazione nelle serre


Foto: Francesca Commissari

Poi, c'è una grande paura di dire le cose, paura che risulta dalle minacce, verbali o che vanno al di là del  verbale. Oltre la paura, c'è l'isolamento del posto, il fatto di non conoscere, di non sapere a chi rivolgersi; sono questi le ragioni principali per cui i rumeni delle serre accettano queste situazioni di sfruttamento.

Se avessi gli strumenti adatti, cosa faresti per risolvere questo problema?

Innanzitutto, eliminerei il problema per cui questi rumeni sono costretti a abbandonare la Romania. Poi, lavorerei sul sistema che regge tutto: l'economia alle spalle di tutto questo. Cambierei proprio le teste delle persone perché una volta fatto questo, il resto è solo una conseguenza.

 

Foto: Francesca Commissari

 

Ana Ciuban

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